domenica 13 marzo 2011

e perchè no... racconto finalista al premio 'Donna 2010' pubblicato su antologia Marel
hanno scritto di lui:

'Un io vorace dei presente e saturo di passato la figura che emerge da questa originale vicenda di indubbie qualità percettive ed emozionali, il cui itinerario accoglie la sfida di sempre e nuove vivifiche metamorfosi. Anche la scrittura si profila come fuga di un io braccato dal tempo.'
(... grazie ad un lavoro teatrale, ed alla mia musa ispiratrice.., grazie)

OFELIA

Dal testo teatrale ‘HAMLETMACHINE’ di Heiner Muller.
Monologo di Ofelia:
Io sono Ofelia. Quella che il fiume non ha trattenuto. La donna con la corda al collo. La donna con le vene tagliate La donna con loverdose. SULLE LABBRA NEVE. La donna con la testa nel forno a gas…”

E di una donna che ne fu ispirata...

Crepuscolo: il cielo è grigio, plumbeo, fumo biancastro esce dai tombini e dai comignoli, Ofelia si guarda intorno, tutto è gotico anche l’aria che respira. Sguardo perso, non sa in quale dimensione temporale si trovi, se in un passato dimenticato o in un avvenire futuribile. Un corpo dalle forme perfette, coperto appena da abiti succinti di pelle nera, si muove in un vuoto circondato da rifiuti, tacchi esagerati echeggiano mentre due gambe lunghe calpestano macerie e cenere.
Vista da lontano sembra essere molto bella. Vista da vicino, invece, quel corpo appare consumato da un’angoscia atavica: il collo è segnato dalle innumerevoli corde che lo hanno stretto, le braccia mostrano segni di tagli insani. Il trucco è calato a causa del fiume in cui lei si getta ogni giorno, il colorito è cianotico per il gas inalato ogni notte. Ha in mano una siringa con la quale si inietta dosi di preparati chimici alle quali nessuno è mai sopravvissuto.
È questo l’incantesimo in cui Ofelia si muove da sempre, una donna bella dalle labbra di un bianco spaventevole.
Ad osservarla bene non sembra più una sola donna, ma tutte le donne nella statica condizione di un’esistenza sciupata, comunque donna e pertanto custode di una forza insospettabile.
Ieri ha spezzato il sortilegio, e oggi è nata.

Getta via la siringa e, accarezzandosi le braccia, le lecca per sanarne le cicatrici. Si liscia il collo e per coprirne i segni lo avvolge in un foulard rosso (oh buffo, è l’unico colore che spicca!) Si rifà il trucco e le labbra riprendono il colore delle ciliegie (un altro tocco di colore!).
Si eleva in tutta la sua altezza, i vestiti non sono più grotteschi ma semplicemente femminili, stendendo la gonna si sfiora le cosce che sente di amare, come il suo corpo tutto, che adesso chiede amore e comprensione, rinnegando la negazione con la quale si è straziata per secoli. Si abbottona la camicetta sfiorandosi i seni che scopre fatti di linfa vitale. Si sfiora il grembo, in basso, sa che è lì che è custodita la vita.
Guardandosi attorno finalmente i suoi occhi stanano la prigionia di cui è stata vittima, e un pensiero prende forma: è ora di cambiare la propria storia che l’ha vista protagonista immobile in una morte reiterata dell’anima e del corpo.
Si guarda allo specchio e nell’occhio si intravede un luccichio fulmineo, la bocca è disegnata in un ghigno di rivalsa. E’ lì che la sua prigione viene definitivamente annientata. Finalmente senza più porte entra la tramontana e lo scirocco e il grido muto di tutte le donne che poco alla volta prende voce. Ofelia, adesso più che mai, è una creatura universale, l’anima illuminata delle donne che nutrono il mondo. La coscienza femminile del cosmo.
Che importa se le mani sanguinano, hanno aperto finestre sul mondo. Ne ha versato di sangue invano finora, adesso è sostanza di liberazione che sgorga direttamente dall’anima ad alleggerire la cancrena del passato, il conato del non vissuto.
Che lo sappiano tutti gli uomini per i quali il suo cuore ha dovuto battere a tempo, come un orologio al quale non è concesso sforare. Uomini ai quali si è data e non solo nel corpo, ma attraverso tutto quel banale quotidiano mestiere di donna che le ha sottratto la forza.
Dà fuoco a quel che rimane e dalle ceneri nasce una nuova consapevolezza il cui cuore non sarà più obbligato a battere il tempo concesso dagli altri.
Adesso batte il proprio, e in tutte le forme possibili, libero.
Un’ultima immagine mostra una Ofelia bellissima e consapevole che cammina sull’asfalto, lasciando dietro di sé, in un’atmosfera fumosa, le macerie delle sue vite sprecate e dei suoi inutili decessi, consumati nel corso dei secoli.
Eccola, infine, sorridente, con la mano sollevata ed un inequivocabile dito medio alzato, rivolto a chi la osserva.

La mia mano si ferma titubante, sentendosi ormai ostaggio di questo assurdo personaggio al quale riconosco una forza incontrollabile... non è così che volevo chiudere il fumetto, quel gesto mi appare volgare, eppure non trovo un finale che mi soddisfi di più, la mano non intende cambiarlo.
Sussurro gli ultimi versi di Heiner Muller ai quali mi sono ispirata in quest’ultimo lavoro:

“Ieri ho smesso di uccidermi... Faccio a pezzi gli strumenti della mia prigionia.... Distruggo il campo di battaglia che era la mia dimora. Strappo le porte perché possa entrare il vento e i1 grido del mondo. Mando in frantumi la finestra. Con le mani insanguinate strappo le fotografie degli uomini che ho amato e che mi hanno usato… Do fuoco alla mia prigione. Getto nel fuoco i miei vestiti. Mi strappo 1'orologio dal petto che era il mio cuore. Esco sulla strada vestita del mio sangue.”

Chiudo le bozze, qualche ritocco e saranno pronte per la redazione. Davanti allo specchio mi osservo: quello che vedo è una quarantenne dall’aspetto pacato, qualche ruga e qualche chilo di troppo… non sono mai stata bella, ora meno che mai.
La mente già viaggia verso i giri ad incastro che dovrò fare per recuperare i figli, e poi la spesa, la cena. Mi sento già stanca all’idea ma sorrido, è da poco che la mia vita ha ripreso a girare, i figli sono grandi soddisfazioni, e disegnare fumetti è il lavoro che mi dà da campare realizzandomi appieno.
Ogni volta che inizio a tracciare una storia mi sembra proprio di viverla.
È così che ho ricominciato a sognare, nonostante le delusioni, i compromessi e la fatica di crescere tre figli da sola, dopo essere stata lasciata da lui, per quella donna più giovane…
Sorrido davanti allo specchio: la vita è un gioco le cui sorti, talvolta, ci è dato di scegliere, proprio come una mano che, armata di matita, sceglie il finale di una storia guidata soltanto dal canale interiore della creatività.
Mi osservo ancora, e scorgo negli occhi un luccichio inconfondibile.
Scendo in strada senza più temere di sfoggiare il rovescio dell’anima mia mentre i pensieri già sognano la prossima storia da disegnare.
Camminando incrocio gli occhi attenti di un uomo, passo oltre, mi volto, lui mi segue con lo sguardo, mi sta osservando dentro, gli piace quel rovescio insolito.
Libera per la strada, sotto quello sguardo interessato, mi accorgo di aver ricominciato ad amare la vita.
Il mio nome è Ofelia.

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